Categoria: Un po’ di me…di tutto un po’

  • Messaggio importante (leggete tutti)

    Dunque, stamattina tra il dormiveglia (più dormi che veglia) ricordo di aver letto una mail da parte di un certo antonio o antonino che si complimentava per il sito e chiedeva di potermi intervistare. Ora, non so cos’è successo, sta di fatto che ero di fretta e mi son detta “rispondo dopo”. Solamente che quando ho riaperto la posta questa mail era sparita. Non so cosa può esser successo. Voglio solo chiedere al diretto interessato di rimettersi in contatto con me perché ci tengo davvero tanto a fare questa intervista.

    Scusate l’interruzione ma era necessario  :-D.

    A breve il prossimo articolo!

    Ciauz!!

  • Alla ricerca della felicità

    Raga non sto più nella pelle! Finalmente ho un buon motivo per piangere di gioia (anche se non è il motivo che avrei voluto per primo ma il secondo). Va beh! Sta di fatto che stasera, per la prima volta nella vita, ho lavorato nella sezione pasta di una vera cucina! Trattasi della cucina del Ginas, il ristorante in cui mi è stato proposto (o soltanto promesso?) il tanto aspirato sponsor. Qualche giorno fa, chiacchierando col capo chef alla fine del turno, mi era scappato di dire che uno dei miei sogni è sempre stato quello di lavorare nella cucina di un ristorante. È venuto fuori che proprio in questo periodo lui è alla ricerca di qualcuno da formare per la sezione pasta. La discussione è poi proseguita lungo la strada di ritorno a casa con l’accordo di farmi fare una prova non appena fosse capitata l’occasione. Bene, l’occasione si è presentata giusto questa sera quando, appena arrivata al lavoro, il manager ha esclamato: “stasera uno può finire alle 7 tanto non siamo busy!”. Erano le 6 😯 . Così mi son detta “eccola!”, ed ho trascorso le due ore e mezza successive cucinando spaghetti alla bolognese, pappardelle al ragù d’agnello e fettuccine mare e monti. Queste sono state le paste che mi sono assegnate oggi, tanto per cominciare. Adesso, fino a che lo chef non darà l’approvazione definitiva, manterrò i miei turni come cameriera e andrò a lavorare in cucina nei momenti liberi. Successivamente però, potrei abbandonare definitivamente il ruolo di waitress per passare a quello di “chef addetta alla sezione pasta”. Cosa chiedere di più dalla vita? Il vistooooooooo!!!!  😈
    Fa niente, sono strafelice lo stesso. In questo momento non potrei pretendere nient’altro.

    pollon11

  • Hopefully good news!

    Ieri è stato il mio primo giorno di lavoro nel ristorante che, forse, tra qualche mese sarà in grado di regalarmi un futuro in questa nazione. Sinceramente non so ancora se questo è quello che voglio veramente dalla vita o se è solo un capriccio del momento. So solo che almeno per ora seguirò questo percorso. Mi piacciono le sfide. Mi piace impormi un obiettivo e impegnami per raggiungerlo. Il mio prossimo traguardo sarà dunque riuscire ad ottenere questo benedetto sponsor così da rendere onore alla tanto sudata laurea e far felici mamma, papà, nonna e, in particolare, tutto il parentado che, abbiamo capito, prova una profonda compassione nei confronti della mia attuale posizione lavorativa la quale, però, mi piace, mi soddisfa e, cosa da non sottovalutare, mi permette di mantenermi (da sola!) e di vivere dignitosamente in un paese che non ha nulla da invidiare al nostro amato Belpaese.

    Vi spiego un po’ come stanno le cose sotto questo punto di vista… lavorativamente parlando intendo.

    Premetto, e non lo dico per menarmela, che da quando sono arrivata ad Auckland ho ricevuto non poche proposte di lavoro. Sempre nell’ambito della ristorazione, sia chiaro. Dal giorno in cui è iniziata la mia ricerca di un impiego, ovvero il giorno dopo essere atterrata, ho sempre lavorato per questi due ristoranti che si trovano sul Princess Wharf, uno è il Buffalo bar & grill, l’altro il Y-Not. Entrambi sono di proprietà di un vietnamita ed entrambi si affacciano sulla baia… li separano un ristorante spagnolo e un baretto dal quale frego costantemente la connessione (tanto per trovare un nesso col post precedente).
    Di questi due ristoranti mi piace l’atmosfera, la vista (soprattutto al tramonto), i colleghi e, in generale, la tranquillità che regna al loro interno. Ognuno fa il proprio dovere, non c’è tensione, non c’è pressione… insomma, si sta bene.

    Nonostante tutto, però, in queste settimane ho continuato lo stesso a cercare qualcosa in più, oltre che per arrotondare un pochino, anche per vedere cosa propone il mercato. Ed è così che ho trovato lavoro in altri due locali. Il primo, il Covo, è un piccolo bar-ristorante gestito da un simpatico ragazzo italiano che ha fatto fortuna venendo qua. Io ci lavoro ogni tanto un paio d’ore a pranzo e mi piace tantissimo perché è un posto davvero “alla buona”… solamente una decina di tavolini, menù essenziale e pasta fatta in casa. Per lavorare non metto nemmeno il grembiule e posso andare vestita casual.

    Ma arriviamo al dunque. C’è poi questa terza realtà nella quale ho cominciato a lavorare solo ieri ma che, mi auguro, possa divenire il mio progetto di carriera futura. Non appena sarò entrata a pieno regime nel giro, questo diventerà infatti il mio primo impiego. Ma perché proprio lui? Perché per la prima volta, da un anno a questa parte, ho finalmente trovato una realtà in cui mi viene data la possibilità di prendere parte alla vita politica dell’impresa. Un’impresa in cui tutti, dal lavapiatti all’head chef, vengono coinvolti a partecipare attivamente al buon funzionamento di tutta la catena. E perché per la prima volta sento parlare di obiettivi da raggiungere, target sul cliente, strategie per aumentare il profitto… tutte nozioni che mi hanno fatta penare sui libri di economia per cinque lunghi anni. Di sicuro non mi lascio scappare questa occasione, adesso che finalmente mi viene data l’opportunità di vedere questi concetti concretamente applicati nel campo che più mi piace.

    Bene, questo per ora è tutto. Spero di avervi dato un motivo valido (spero di averlo dato soprattutto a mia madre) per giustificare la mia voglia di rimanere qua e di tentare di costruire qualcosa di concreto… voglia dettata anche dalla naturale bellezza che offre questa zona di mondo e dalle persone che vi abitano, i cosiddetti kiwi  :mrgreen:!

    … che non è il frutto che tutti noi conosciamo (quello è il kiwifruit), ma bensì l’animale  😛

    Va che bel!
    Kiwi

  • C’era un’italiana, una messicana e un inglese…

    Regola numero uno se non si vuol vedere fallire miseramente il proprio ristorante nel giro di un mese: mai, e dico mai, permettere che un’italiana e una messicana siano lasciate sole a gestire il locale per una sera intera. Si sa bene che tipo di sangue scorre nelle vene di entrambe. In particolare quando sotto il loro comando viene lasciato un povero ragazzo inglese appena assunto che risponde ad ogni loro ordine come un cagnolino, scodinzolando felice per una Coca Cola ordinata per errore da un tavolo e per una ciotola di patatine fritte avanzate da un cliente che gli sono state concesse durante il turno di lavoro. Ma parliamo dell’indole dell’italiana e della messicana. Non è bello da dire, lo so, ma l’arte di fottere il prossimo noi ce l’abbiamo nel sangue… e appena possibile la sfoderiamo. Questo vale per qualsiasi cosa, che si tratti di far arrivare meno mance di quelle che spettano alla cucina, di allungare un po’ di più un cocktail così che ne resti un po’ anche per noi nello shaker, di arrotondare per eccesso l’orario di fine lavoro. Non è facile ammetterlo, ma è così che stanno le cose. Siamo (quasi) tutti degli approfittatori seriali. Quando si parla di fottere i supermarket, poi, se ne sentono di tutti i colori. È una gara a chi trova il sistema migliore. Il fatto è che questo popolo è talmente puro e casto che mai si immaginerebbero che uno possa pensare di fare tali cose. E infatti, quando sono loro a venire da noi, come minimo gli fottono il portafoglio in metropolitana. Quanti ne ho visti piangere quando lavoravo per il consolato neozelandese a Milano! Il problema è che sono troppo ingenui. Noi italiani, modestamente, siamo molto più sgamati in certe cose. In questo, mi duole ammetterlo, ma mi sento un’italiana vera. È una cosa che purtroppo non perderemo mai. Purtroppo e per fortuna! Noi italiani, diciamo che abbiamo un terzo occhio di fabbrica… dico bene o dico male?

    Ad ogni modo, io e la Paolina (la messicana) siamo diventate grandi socie d’affari. Peccato che lei tra poco parta e io cambi lavoro. Ma come si dice: “tieniti stretti gli amici, ma ancor più stretti i tuoi nemici” (o chi tale lo potrebbe diventare).